Articolo di Maria Araceli Meluzzi

Se in passato Franco Basaglia denunciava del manicomio “l’ultimo girone dell’inferno e della marginalità”, oggi ultimo girone dell’inferno della socialità sembra essere divenuto il carcere. Nonostante le numerose attività che le case circondariali offrono ad oggi ai detenuti, spesso sotto l’impulso di solidali associazioni di volontariato e grazie al lavoro di competenti Direttori delle Case circondariali stesse, chiunque vi abbia varcato la soglia ha come la netta percezione di trovarsi di fronte ad un luogo per così dire improprio.

Forse troppo spesso ci si accorge inesorabilmente di un luogo in cui pare essere data una risposta superficialmente generica ed indifferenziata a soggetti che invece presentano una costellazione di situazioni, di bisogni e di percorsi personali senza dubbio variegati e totalmente diseguali.

Al di là della nota problematica riguardo il sovraffollamento carcerario per cui, secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, il numero di detenuti presenti nelle carceri italiane ammonterebbe a 53.850 presenze su una capienza regolamentare di 49.659 posti disponibili tra istituti penitenziari a livello nazionale[1], nel mondo del carcere sussiste un altrettanto grave disagio che ha a che vedere con l’umano e che forse per tale motivo resta spesso invisibile agli occhi dei più.

Se i dati tangibili di numeri e statistiche spaventano, il grado di sofferenza e allarme nelle carceri italiane ad oggi è da ritenersi davvero preoccupante.

Nelle nostre strutture carcerarie convivono soggetti che soffrono di disturbi di personalità di così vario genere che spesso, se un soggetto non è portatore di disagio mentale, purtroppo inevitabilmente lo diventa. Analizzando lo stato attuale nel suo complesso, esisterebbe quasi una sorta di danno somatico-psichico che proviene dal mondo del penitenziario. Le centinaia di suicidi che avvengono in carcere sono l’indicatore sociale più evidente del disagio vissuto all’interno delle mura carcerarie, per non ricordare inoltre di come l’abbruttimento dell’ambiente divenga poi quasi pena accessoria alla privazione della libertà nonché peraltro danno anche per chi lavora al suo interno.

Insomma se Voltaire affermava che il grado di civiltà di una Nazione può essere misurato guardando alla condizione delle proprie carceri, il modello cui facciamo riferimento ad oggi sembra essere ancora troppo lontano da ogni nota di umanità. Si oserebbe sostenere pressoché una legge implicita che prevede una pena aggiuntiva, legata all’afflittività della pena stessa, che andrebbe ad incidere dunque sulle condizioni di salute e sulla dignità dei condannati e che finisce con l’essere capace di produrre segnatamente su tutti profonde lesioni psichiche e addirittura fisiche che poco si discostano da quella “morte legale” quasi di tortura, che tanto si è combattuta nel passato.

Costeggiando le difficoltà del mondo carcerario, è bene dunque aggredire il problema in modo concreto e cercare una possibile soluzione di cambiamento e rinnovamento del sistema.

Se la nostra Costituzione, in primis, ci insegna che si deve tendere verso la rieducazione del condannato, allora è forse giusto iniziare a proporre nuove prospettive offrendo concretamente un’alternativa vera, reale e tangibile. La linea guida in questo iter tortuoso di ricerca di nuove possibilità di vera rieducazione e risocializzazione del condannato risiede non più in là delle parole che già riecheggiano gravi nel nostro dettato normativo.

Se utilizzassimo infatti quel blocco corposo di norme che fa riferimento al sistema delle misure alternative alla detenzione carceraria (disciplinate dalla Legge 26 luglio 1975, n. 354), nella valutazione di percorsi che siano davvero alternativi, in sinergia con strumenti che provengono dal mondo del Welfare State, rispetteremmo quantomeno quella tensione alla rieducazione del reo ampliando la potenzialità di strumenti già a nostra disposizione. Il modo concreto che si potrebbe offrire è infatti quello che proviene dal mondo della Sanità e del sociale, in particolare nella declinazione di quel terzo settore che da lungo tempo ha cessato di svolgere una funzione puramente integrativa e vicariante, rispetto all’offerta generalista ed onnicomprensiva del Servizio sanitario nazionale. L’ipotesi extramuraria centralizzata ad una Welfare community ove si inseriscono e prevalgono elementi di sussidiarietà e valorizzazione dell’associazionismo self-help, quale quello di corpi intermedi della cooperazione sociale e in generale di soggetti a gestione privata che esercitano ed offrono, in un regime di accreditamento, con costanza e regolarità funzioni di considerevole utilità sociale, favorirebbe una risposta più appropriata e sensibile a domande via via emergenti tra le questioni della giustizia e quelle della tutela della salute e benessere mentale degli individui e della collettività, fuori e dentro il carcere.

La valutazione di percorsi alternativi intesi in questa direzione offrirebbe palesemente un duplice vantaggio. Da un lato, l’indubbia umanizzazione e ricollocazione in senso riabilitativo e sociale delle misure detentive nella prognosi di un progressivo reinserimento sociale e una reale riautonomizzazione fuori dai circuiti della cronicizzazione deviante, dall’altro, anche l’evidente decongestionamento delle strutture carcerarie oltre che l’appropriatezza nei metodi e nelle finalità di percorsi, all’interno delle strutture comunitarie, individualizzati e personalizzati, diversamente dal sistema carcerario, per ogni singolo caso sia sul piano educazionale sia su quello emotivazionale. Con questo non si deve dunque pensare di spostare i detenuti dal carcere ad un carcere più piccolo, bensì in un luogo in cui vi sia il proposito di offrire ipotesi davvero riabilitative.

L’esperienza spesso dolorosa e perturbante del carcere ci fa comprendere giorno per giorno di come effettivamente il carcere non sia appropriato per nessuno. La giustizia penale dunque dovrebbe essere capace di mostrare da un lato il suo volto implacabile e severo, ma dall’altro anche il volto comprensivo e accogliente nei confronti di chi nella vita abbia sí pur commesso un crimine e sia stato etichettato criminale, ma che non per questo debba rimanere tale per sempre.

[1] Dati aggiornati al 31 luglio 2016. Fonte: Ministero della Giustizia. Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – Ufficio per lo sviluppo e la gestione del sistema informativo automatizzato statistica ed automazione di supporto dipartimentale – Sezione Statistica

Back

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Archivi

Articoli recenti

Commenti recenti

Categorie

Meta